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Abbiamo suggerito alcuni argomenti di discussione ad un nostro immaginario conoscente – forse aspirante alterego –, il quale ne ha fatto delle domande altrettanto immaginarie. Chiunque avesse curiosità, questioni, perplessità sui Kafka può inviarcele. Demetrio è sempre pronto a giocarci un po’…

1.) Demetrio: [AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA?]
1.) Kafka: Al costo di deluderti, Demetrio, dobbiamo "confessare" che la scelta di fare e suonare hardcore è stata più il frutto di una serie di coincidenze che non una decisione presa a tavolino sin dall’inizio e magari supportata da quelle motivazioni politico-ideologiche che ci si potrebbe aspettare. Quelle, semmai, sono venute dopo. Ci siamo formati nel novembre 1994 per mezzo dei classici annunci che si trovano nelle bacheche delle sale prova e dei negozi di dischi. Il punk-hardcore che avevamo in mente all’inizio era semplicemente una musica "rumorosa" e "pesante". Aggettivi generici finché vuoi ma inevitabili, se pensi che nelle prime salette suonavamo di tutto: dai Bad Religion ai Nirvana, dai Metallica ai CCCP. Chi voleva fare musica con sonorità metal, chi era caratterialmente prevenuto dai cliché tipici del rockettaro – non solo musicali –, chi voleva fare testi e cantare pur non essendo né un poeta né un’ugola d’oro. L’hardcore che facciamo oggi è il risultato di una lenta e continua evoluzione, di attitudine oltre che musicale.


2.) D: [BBBBBBBBBBBBBBBBBBBBBBB?]
2.) K: Il nome "Kafka" nasce essenzialmente dall’esigenza di trovare un nome in tempi rapidi. Nel nostro primo mese di vita "pre-kafkiana", avremo cambiato non so quanti nomi. In ogni saletta ci chiamavamo in un modo diverso – appellativi che, per pudore, è meglio non riferire.

Poi, un giorno, luca-basso e Alejandro-chitarra arrivano a provare con un bel sorriso raggiante, e propongono: Kafka band. Il cantante, a causa della sua passione letteraria, è subito entusiasta; al batterista gli pare un nome originale. E così iniziamo a chiamarci Kafka, anzi Kafka band; orpello, quest’ultimo – intendiamo "band", naturalmente –, che sparirà non prima di aver segnato il nostro primo demo, Tensione del niente (1995), demo dei… Kafka band. A posteriori il nome Kafka si è rivelata una scelta azzeccata. Siamo un gruppo che canta in italiano, ma suona molto all’estero oltre che in Italia, quindi un nome, per così dire, internazionale, pur non essendo inglese, è l’ideale. Poi, ci hanno anche detto che i nostri testi sono molto kafkiani, nel senso dello scrittore… chissà, forse qualcuno, anche se sembra tanto una di quelle attribuzioni post factum che non convincono mai pienamente.


3.) D: [CCCCCCCCCCCCCCCCCCCCCCCCCCC?]
3.) K: In effetti, rispetto alle origini, siamo molto cambiati. E i motivi, come puoi immaginare, sono tanti, eterogenei e non sempre frutto di scelte preventivamente pianificate. Considera che abbiamo iniziato quando si stava affermando la new school ed è stato quindi inevitabile "farci i conti"; in un certo senso si può affermare che l’abbiamo attraversata. Il momento di maggiore immersione "nuova scuolistica" è stato il mcd Truths (1999).
Perché la scelta new school? Il passato da "metallaro" di alcuni di noi è senza dubbio stato un fattore importante, inoltre considera che non avevamo vissuto in prima persona gli "anni d’oro" dell’hardcore degli anni ottanta (italiano e americano). A ben vedere, non abbiamo mai avuto gli eccessi oltranzisti e modaioli (musicali e non) di alcune sue frange (presenti in Italia come scimmiottamenti provincialotti delle tendenze nord europee, in particolare del Belgio) né ci siamo mai andati vicini. Abbiamo sempre mantenuto un’attitudine tranquilla, semplice… eravamo noi stessi. Ti assicuro, però, che a fine Novanta, suonando all’estero era impossibile non rimanere influenzati, suonandoci assieme, da band quali Indecision, Congress, Primal Age, Course of Action ecc.. La new school ci piaceva molto (e continua a piacerci). Ci colpiva soprattutto l’impatto sonoro e i suoi ritmi cadenzati e allo stesso tempo incalzanti, che poi è quello che, più o meno, i Kafka hanno provato a ricreare nelle loro canzoni. Oggi, sicuramente, abbiamo raggiunto un suono più maturo, più "nostro", che non si vergogna di attingere dove meglio crede: hardcore vecchio e nuovo, punk, noise, death metal, rock n’ roll. Tutto può andare bene… purché ci vada bene.


3.1.) D: [DDDDDDDD?]
3.1.) K: Per quanto concerne i testi, sono distinguibili, più o meno nettamente, due tendenze. La prima, più forte nei primi Kafka, introspettiva-esistenziale; la seconda, dominante da qualche tempo a questa parte, politico-sociale. Questo cambiamento è dovuto da una parte all’esaurimento della vena "creativa" della prima tendenza e dall’altra dalla consapevolezza di aver ottenuto un minimo di autorità (verso noi stessi, chiaramente), nascente proprio da questi anni incessanti di azioni e iniziative a cui abbiamo partecipato e che abbiamo promosso (prender parte a collettivi dei centri sociali, organizzazione di concerti e compilation benefit ecc.), per potersi permettere di dire, con un minimo di legittimità (sempre verso noi stessi), come la pensiamo senza arrossire.


4.) D: [EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE?]
4.) K: Qui si usano parole grosse, caro Demetrio. Nessuno dei Kafka segue il way of life hardcore, perché, sembrerà strano, non sappiamo ancora bene che cosa sia. È più sincero, e più semplice, dire che nel pluridiversificato universo hc, in questi anni, ci siamo imbattuti in situazioni, idee, tendenze, attitudini – a volte tra loro contraddittorie –, che abbiamo fatto nostre individualmente.
È comunque vero che, facendo parte della scena, sono state fatte delle scelte che, bene o nel male, sono piuttosto "marcate": il rifiuto sostanziale del diritto d’autore, il suonare quasi sempre in realtà antagoniste o per lo meno auto o co-gestite, l’essere sempre rimasti felicemente nell’ambito delle autoproduzioni, l’aver messo in piedi innumerevoli "spettacolini" hc in una realtà abulica come Genova, l’aver partecipato o l’essersi impegnati direttamente in concerti o dischi benefit, ed essere sul punto oggi di partecipare alla pubblicazione di un libro che illustra il pensiero di Food not bombs, sono tutte scelte che, col tempo, hanno acquistato uno spessore più consapevole, più responsabilmente ideologico. Non ci piace fare dei pistolotti pseudo-combat-politichesi dal palco – i profeti sono sempre falsi –. Abbiamo sempre fatto quello che ci piaceva fare divertendoci. Fa piacere, però, potersi ancora guardare allo specchio, oggi, senza vergognarsi del passato.

5) D: [FFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFF?]
5) K: Solitamente preferiamo guardare a quegli elementi-base che, almeno in teoria, dovrebbero unire la scena – per questo ci hanno anche accusato di essere dei buonisti… –, piuttosto che impuntarci sulle differenze, che pure esistono. Questa scelta è dovuta, in primo luogo, all’eterogeneità stessa dei Kafka (due su cinque sono sxe, ad esempio) e probabilmente anche al carattere dei singoli, più predisposto a costruire – un tempo si diceva unity… – che a dividere e distruggere. Naturalmente, se proprio dobbiamo fare il gioco della torre, siamo contro le frange hc più oltranziste e settarie (da qualunque parte provengano), e poi non ci piacciono le tendenze modaiole e stilose… meglio lasciarle ad altri tipi di musica. Fatte salve queste premesse, ci appassiona confrontarci, e magari crescere, con tutte le idee che animano la scena. L’importante è che, chi porta avanti certi discorsi, ci creda veramente (passione) e sia supportato da idee chiare e coerenti. La chiusura è totale, superfluo dirlo, con tutte le forme di macismo, omofobia, devianze destroidi ecc.. In questi casi non ci sono margini.


6) D: [GGGGGGGGGGGGGGGGGGGGGGGGGG?]
6) K: Domanda ostica. Noi, nel bene e nel male, siamo dentro la scena ed è difficile darne un giudizio "dal di fuori". Pensando agli amici che abbiamo non coinvolti nell’hardcore, a volte ci vedono un po’ come dei "marziani". Non capiscono cosa ci spinga a sbattersi (organizzare concerti per altri gruppi, tour a rischio "banca rotta", volantinaggi notturni ecc.) senza avere come meta il successo, MTV, un mega-contratto con la Virgin o con la Sony… È una questione di valori, di priorità, forse troppo diverse e per questo, alla fine, incomunicabili e inconciliabili.
Non ci piace, tuttavia, immaginare l’hardcore come una riserva o come un ghetto. Facciamo quello che facciamo perché ci piace, ci diverte, ci appassiona e non perché ci sentiamo migliori o peggiori di qualcuno che non pensa e fa come noi; ma nello stesso tempo è innegabile che, facendo certe scelte, il rischio di isolarsi c’è. Allora, come uscirne? Parlando, confrontandosi senza preclusioni, realistiche – nel senso che dei paletti, e rigorosi, ci sono sempre; per capirci, coi nazi, che si parla a fare?! Con chi pensa che tutto sia in funzione del profitto e del consumo, che si parla a fare?! –, ma senza ansie proselitistiche. L’hardcore non è una religione, non richiede tessere preventive, ma non è neppure solamente musica. E in fondo il bello è proprio questo.

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